25 02 2016 Autore Nome: Elena Bianco Cognome: Bianco

TANGERI E CHEFCHAOUEN: BIANCO E BLU ASSOLUTI

Immaginate un viaggiatore del XIII secolo, che percorra per trent’anni il mondo conosciuto fino in Afghanisthan, India, Cina, Indonesia e poi, ritornato, racconti ai suoi conterranei di quello che ha visto. Marco Polo? No, Ibn Battuta, avventuroso figlio di Tangeri, nato da una famiglia di giuristi mussulmani, che dopo le sue peregrinazioni – tali da far impallidire il noto veneziano – si ritirò a fare il giudice in una piccola città. Oggi il suo nome battezza l’aeroporto di Tangeri.
E’ una delle tante storie di questa città, uno dei tanti motivi che la rendono affascinante – un po’ mediterraneo, un po’ Maghreb e un po’ città perduta fra sale da ballo e da gioco – e da sempre calamita per intellettuali ed artisti del calibro di Eugène Delacroix, Henri Matisse, Paul Bowles, Tennessee Williams, Jean Genet. Tutti vennero irretiti dalla “Città bianca”, estrema punta affacciata sullo stretto di Gibilterra, punto d’incontro fra Atlantico e Mediterraneo a solo una manciata di chilometri dalle coste spagnole.
Colta e trasgressiva, divenne la casa provvisoria di molte anime inquiete come William Burroughs, Truman Capote, Allen Ginsberg, frequentatori dei caffè della piazza del Piccolo Socco (fra cui lo storico Tingis) all’ombra della grande moschea.
Bere un tè alla menta fumando la shisha, sulle note di John Lennon o Mick Jagger – noti frequentatori – guardando il mare al tramonto dalle terrazze fra cactus e palme è un’esperienza da non perdere. Poi ci si fa inghiottire dai vicoli della medina, brulicante di attività al calar del sole. Si resta affascinati da place du Faro, de France, rue de la Liberté, dove l’ambasciata di Francia rivaleggia in imponenza con il Palais Moulay Hafid, gioiello moresco di proprietà dello Stato italiano e sede di eventi importanti.
Di notte non perdetevi una passeggiata sulla Corniche, lambita dall’Oceano Atlantico, con le sue discoteche e le insegne abbaglianti.
Qui di mattina, quando le luci si spengono e tutto appare tranquillo e disteso, gli abitanti fanno jogging, anche le ragazze a capo coperto, sospese fra tradizione e modernità. Da qui, in breve si arriva a Cap Spartel, dove i giovani fanno surf sulle spiagge di una riserva naturale e dove la leggenda vuole che su un isolotto a poche miglia dalla costa sorgesse la mitica Atlantide.
Non si può visitare Tangeri senza tralasciare una “gita fuori porta” straordinaria: quella a Chefchaouen, la “città blu”. E’ una macchia blu su di una collina della vallata di Akchour, e da lontano sembra che il cielo abbia lasciato cadere una goccia sulla terra. E’ un unicum, in un paese ricco di tesori come il Marocco. Le case della medina sono tutte dipinte di turchese . Percorrendo i vicoli lastricati di ciottoli si arriva alla piazza Outa-el-Hammam e da uno dei caffè si gode della incantevole bellezza della moschea Tarik-Ben-Ziad il cui minareto ottagonale si ispira a quello della Torre de Oro di Siviglia. Nella casbah racchiusa fra le mura e le undici torri merlate si passeggia fra giardini e architetture andaluse, fino a Rif Sebbarim, il quartiere dei lavatoi, con una moschea del XV secolo e gli agadir o granai collettivi fortificati dove gli abitanti da sempre conservano i loro beni più preziosi. L’Europa e la modernità sono dietro l’angolo, ma siete come magicamente trasportati nel cuore del Marocco tradizionale, e respirate una vita antica, la medesima che animò il tempo e le imprese di Ibn Battuta.

By Elena Bianco – foto di Elena Bianco e Ente Nazionale per il Turismo del Marocco

Una risposta

  1. feli mazza / 01 12 2016

    tantissmo!!! voglia di partire………..

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