31 03 2016 Autore Nome: Elena Bianco Cognome: Bianco

A KHAJURAHO, L’EROTISMO CHE LIBERA LA COSCIENZA

Vrikshadhirudha. Un nome complicato che descrive un’altrettanto complessa posizione erotica: lui e lei in piedi, la donna che pone un piede sul piede di lui, poi alza e preme l’altra gamba sulla coscia di lui e circondandogli la vita con le braccia lo stringe con forza in un abbraccio che imita il gesto di chi si arrampica su un albero. Non sto parlando di un libro. E’ quello che vedrete dal vivo, come in un trattato di arte erotica, scolpito nella pietra visitando Khajuraho.

Morbide, sensuali, eleganti e provocanti insieme: le sculture erotiche dei templi di Khajuraho, lasciano di primo acchito senza fiato e poi, è innegabile, possono suscitare un brivido erotico in chi le guarda. Dovete prendervi un po’ di tempo e scorrerle attentamente con gli occhi: osservando quelle coppie allacciate in vari amplessi ci si dimentica che sono statue di pietra. I corpi degli amanti sono così flessuosi, i loro abbracci così appassionati, da sembrare vivi e veri. Sono il capolavoro di abili artisti che li scolpirono negli anni fra il 950 e il 1050 dopo Cristo.

Khajuraho non è che un piccolo villaggio dell’India settentrionale, ma proprio grazie a questi templi (perfettamente conservati) è una meta di grande richiamo, ed è la summa dell’arte erotica indiana. Perciò passeggiare nel giardino che circonda i templi e soffermarsi davanti alle loro sculture è un po’ come vedere “dal vivo” gli antichi trattati indiani sull’amore e il sesso, come il Kamasutra.  Tutti lo conoscono , perché ha incendiato tante fantasie adolescenziali, ma bisogna conoscere la sua profondità filosofica, aldilà dell’immagine.

La parola Kama, nelle lingue dell’India settentrionale, significa contemporaneamente “amore” e “desiderio sessuale” e il fatto che gli indiani usassero una sola parola per i due concetti fa capire come li considerassero inscindibili, e quale importanza attribuissero al sesso, vera e propria arte da non trascurare mai per avere una felice vita di coppia.

Le sculture erotiche di Khajuraho raffigurano amanti in ogni genere di atto sessuale – anche con più partner, con al centro una donna o un uomo – e lasciano libero spazio alle fantasie sessuali. Fantasie che gli antichi indù consideravano del tutto legittime, proprio perché la sessualità era vissuta come fonte di estasi e anche di illuminazione interiore, priva di ogni nesso col peccato.

In un antico testo il dio Shiva si rivolge così alla sua sposa Parvati: «Amata mia Signora, le fantasie erotiche stimolano le emozioni e aiutano a elevare i sentimenti al di sopra della mondanità. Sono d’aiuto per coloro che si sentono incatenati dalle cose del mondo. Esplorando la coscienza, la fantasia erotica può diventare un mezzo di liberazione dai vincoli».

Le sculture di Khajuraho ci possono dunque insegnare a vedere le cose da un punto di vista indù: la sensualità intesa come base dell’amore, fonte di piacere ma anche di risveglio spirituale per la coppia, perché il corpo del partner è come un tempio, degno di adorazione. I libri tantrici indù insegnano che l’amplesso è uno strumento per superare la separatezza fra il principio cosmico femminile e quello maschile e raggiungere così, al culmine del piacere, l’Unità suprema. In sostanza, una via che conduce a un’esperienza di estasi che è anche mistica.

Un punto di vista piuttosto difficile per noi occidentali spesso animati da pregiudizi, come i primi esploratori inglesi quando nell’Ottocento scoprirono i templi di Khajuraho: influenzati dalla propria morale puritana, scrissero rapporti scandalizzati, in cui bollarono come “oscena” e “animalesca” quell’arte erotica.
Un’arte di cui è protagonista assoluta la donna, che a Khajuraho è raffigurata ovunque e in mille modi: ci sono sculture di donne che scrivono, che danzano, che si mettono il kajal sugli occhi o l’henné sui piedi, si specchiano, cantano, ecc. La donna è protagonista di una sensualità naturale, esibita con grazia e con malizia, ma sempre è “soggetto”, mai “oggetto” sessuale.

L’uguaglianza fra uomo e donna, nel mondo del kama, era un fatto assodato; benché discriminata in altri aspetti della vita sociale, nel campo della sessualità e dell’amore la donna indù aveva i medesimi diritti dell’uomo, e dunque lo stesso diritto al piacere. Scrive infatti il Kamasutra: «Poiché la specie non è diversa, lo sposo e la sposa chiedono piacere uguale. Perciò la donna è da vezzeggiare in modo che raggiunga il piacere per prima». Parimenti dice il dio Shiva in un altro testo indù: «nemmeno noi Dei esisteremmo senza la Shakti, l’energia femminile che muove e sorregge il mondo».

L’atto sessuale, nel Tantra, espande la coscienza degli amanti e la libera da ogni attività estranea. L’unione fra uomo e donna può essere uno strumento evolutivo della coscienza dei partner: può portare a un punto dove maschile e femminile non sono più separati ma fusi in una unità più alta, dove l’ego individuale si dissolve. L’atto sessuale tantrico diventa così una forma di meditazione, come lo yoga.

By Elena Bianco – foto di Marco Restelli

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